
Ritardi mediatici e primati reali nella mobilità: il potere del megafono.(*)
4 Luglio 2026D𝑎 𝑢n𝑎 𝑠t𝑜r𝑖a v𝑒r𝑎…
Ho conosciuto uomini così, in vent’anni di aziende pubbliche. Non li riconosci subito. All’inizio sembrano solo fortunati: arrivati al posto giusto, nel momento giusto, con la telefonata giusta alle spalle. Nessuno gli ha chiesto di dimostrare niente prima di sedersi, e questo, col tempo, li logora dentro più di quanto vogliano ammettere.
Perché sotto la sicurezza esibita c’è quasi sempre una domanda che non si sono mai posti ad alta voce: me lo sarei meritato anche senza quella firma? Non lo sapranno mai, e la mancanza di risposta li perseguita. Così iniziano a parlarsi addosso, a scriversi da soli i titoli di merito, a circondarsi di persone che confermano invece di persone che sfidano. Non per cattiveria, ma per mera paura. La paura di scoprire che, tolta la poltrona, resterebbe poco.
Li ho visti applaudirsi in pubblico per risultati che altri avevano costruito. Li ho visti irrigidirsi davanti a una critica onesta come se fosse un attentato personale, perché per loro ogni critica al ruolo suona come una critica all’uomo e l’uomo, in fondo, sa di essere più fragile del ruolo che occupa. È lì che nasce l’invidia sottile verso chi il proprio posto se l’è guadagnato sul campo: un’invidia che non confessano nemmeno a se stessi, ma che trapela in ogni gesto di superiorità forzata.
Sono figure tristi, più che pericolose. Passano una vita a difendere un trono che non hanno costruito, e finiscono per crederci davvero finché qualcuno, dall’alto, decide che è ora di richiamarlo indietro. E allora, spogliati del ruolo, restano lì: uomini qualunque, un po’ spaesati, che per un po’ di tempo avevano scambiato una firma altrui per una statura propria.
Non ce l’ho con loro, in fondo. Ce l’ho con chi continua a costruire troni per persone che non hanno mai imparato a stare in piedi da sole.





